FIESTA ALBA "Pyrotechnic Babel"
(2025 )
A due anni dal sorprendente ep di esordio, che ne aveva messo in bella mostra creatività indocile e contagiosa verve, il trio Fiesta Alba – ancora con maschere sul viso e nomi d’arte sibillini a celare identità e confondere le acque - ritorna su etichetta neontoaster multimedia dept./Bloody Sound con le nove tracce di “Pyrotechnic Babel”, esordio lungo che enfatizza la peculiare scelta stilistica delle origini, addirittura estremizzandone taluni aspetti.
Ripartendo da quell’incipit, il trio sviluppa e approfondisce il linguaggio di riferimento, cesellando un pastiche meticcio vivacemente contemporaneo, colto ed elitario, scopertamente intellettuale, eppure diretto ed efficace nel ricamare groove irresistibili, sfaccettati, cangianti: l’album è una fucina di idee in movimento, un forsennato tourbillon di voci, lingue, fiati e beat frenetici che spinge al limite le intuizioni condensate nei venti minuti del debutto, rifinendo sontuosamente l’idea primigenia.
Una grande Babylon di suoni interconnessa e iperconnessa, world music 2.0 che imbastardisce tutto ciò che riesce al massimo grado possibile, fermandosi giusto qualche passo al di qua della linea di demarcazione rappresentata dalla fruibilità for the masses: l’esperimento riesce, l’equilibrio – sottile, intrigante – tra azzardo e godibilità, tra eccesso e concesso, è raggiunto, in un’ubriacante sequenza di brani centrati, prodigiosamente arrangiati e prodotti.
Arricchito da numerosi featuring e da un’urgenza sempre sovraesposta, “Pyrotechnic Babel” è un tripudio ipercinetico di elementi etnici ed elettronica guizzante, attraversato da suggestioni hip-hop (“No Gods No Masters”), tribalismi assortiti (“Safoura”), echi mediorientali, tropicalismo gentile: dal francese fluido e pungente di “Je suis le wango” al passo incalzante e frenetico di “Collective hypnosis”, dalla scattante e nervosa “Waku waku” alla digressione muta di “Post math”, fino alla chiusa ciondolante e stralunata di una “Mark Fisher was right” che lambisce gli ultimi Mano Negra, tra contorsioni vagamente allucinate ed una scrittura stratificata va in scena un non-genere che mischia e confonde, frutto di una scrittura fluida e imprevedibile, atout prezioso che caratterizza un album acceso ed entusiasmante, esaltante a tratti, brioso ma non gioioso, stimolante e futuribile. (Manuel Maverna)