BRIGAN  "Luna, cera e vino"
   (2025 )

Ma sì, lasciatemi iniziare parlando politichese (sollevo gli artisti da quanto scrivo: sono solo miei pensieri che possono condividere o meno, ma sono stati suscitati proprio dall'ascolto della loro musica).

Questi anni sono pieni di nazionalismi, di volontà di dividersi, di rinchiudersi ognuno nel proprio orticello, buttando al vento gli ultimi decenni fatti di aperture, globalizzazione (anche nei suoi lati chiaramente negativi), e tentativi di interculturalità (con risultati di multiculturalità effettivamente poco efficaci). L'unico sentimento unitario promosso (calato dall'alto), cioè quello europeo ed europeista, si muove solo nel segno del riarmo.

Porco cane, io sono cresciuto con Cristina D'Avena che cantava “L'Europa siamo noi”, di sicuro non era questa Europa guerrafondaia che mi aspettavo io... E vabbè. Ma tutto questo che c'entra con la musica?

C'entra, perché negli anni '80 e '90 l'affermarsi della world music camminava a braccetto con questi desideri paneuropei, panafricani... panmondiali insomma! Era diffuso il desiderio di fondere musiche di etnie lontane, in un flusso moderno elettronico e/o rock.

Peter Gabriel fondò a suo tempo l'etichetta Real World, dal nome significativo, da sempre attenta alle musiche etniche di ogni latitudine. Fabrizio De André nel 1984 si affascina al dialetto genovese e pubblica “Creüza de ma”. Dalle Asturie, Hevia fa successo nel 1998 con la cornamusa in “Busindre Reel”; innumerevoli gruppi metal si affascinano ai miti norreni e a Tolkien... Insomma, avete capito.

Ecco, io mi chiedo che fine faranno tutte queste felici mescolanze, e quanta eco possano ancora raccogliere in popoli che si riattaccano a confini invisibili. Eppure non si è fermato proprio niente!

La Cantiga De La Serena mescola quante più influenze basandosi sui confini del Mar Mediterraneo (https://www.musicmap.it/recdischi/ordinaperr.asp?id=10380) e così fa anche Pensiero Nomade (https://www.musicmap.it/recdischi/ordinaperr.asp?id=10930); i Cantodiscanto uniscono musica brasiliana, portoghese e araba (https://www.musicmap.it/recdischi/ordinaperr.asp?id=10545)... e poi ci sono i Brigan, eccoci al punto.

Con l'album “Luna, cera e vino” (uscito per Liburia Records), i campani Brigan riescono a sorprendere. Il loro folk unisce sonorità del Sud Italia con la musica celtica, il che non è affatto bizzarro, guardando i simboli: ad esempio, sovrapponente la Trinacria siciliana con il Triskell. Ah no? E quindi ecco il marranzano (scacciapensieri) accanto al whistle, il flauto sopranino e il bansuri, i testi cantati in casertano sopra il baglamas (cordofono greco).

Ma c'è un elemento imprescindibile in questa proposta, che è ciò che la rende interessante: l'elettronica, che non è un collante di sottofondo, anzi, è abbondante, invadente e caratterizzante. I synth, i field recording e le elaborazioni vocali (a volte si utilizza il famigerato autotune) proiettano nel presente i suoni tradizionali, che così (un po' come accade spesso negli artisti della Glitterbeat Records) non suonano più come ricerca etnomusicologica accademica, bensì come suoni rinnovati, che non perdono la propria identità ma la integrano nella contemporaneità.

Ad esempio “Vatte 'o cannule” è un frizzante dialogo tra sopranino e un'elettronica sintetica spintissima. In scaletta spicca poi “Agata”, canzone dedicata ad Agata la Palermitana, donna processata per stregoneria a fine '600. Nel brano viene pure recitato il testo del processo. “Sale” è un altro episodio particolarmente emozionante. In “Povero figlio mio” si arriva ad una sinistra fase di coro recitato, come un rituale.

Che dire, i Brigan sono una nuova entusiasmante scoperta per chi, come me, si appassiona alle musiche che travalicano i confini. Mi danno sempre la speranza che l'umanità non si sia tutta rimbambita! (Gilberto Ongaro)