TORANJ QUARTET "Kowli vâr"
(2025 )
Il Toranj Quartet è un incontro fra Iran e Italia, costituito da Hosna Parsa al kamancheh, Vahid Haji Hosseini al santur, Giovanni Lo Cascio e Paolo Modugno a varie percussioni (tombak, kanzeera e koozeh il primo, bendir e daf l'altro). Il kamancheh è il noto violino persiano con la cassa di risonanza ricavata da una zucca, mentre il santur è uno strumento a corde percosse iraniano; lo conosciamo in tante varianti: il salterio, il cimbalom, lo zymbaly...
Uscito per Liburia Records, l'album “Kowli Vâr” ci trasporta nella musica persiana, coi suoi modi e i suoi microtoni, apprezzabili fin dal brano d'apertura, “Shahr_e Avar Shodeh”, dall'incedere cadenzato e ipnotico, fino alla seconda metà in cui il ritmo si fa più veloce, consentendo a Parsa di eseguire dei virtuosismi vorticosi.
Struttura simile quella di “Herman”, interrotta a metà dal fermarsi delle percussioni, per poi ripartire più rapidi. “Bad-I Saba Dost Eline Varirsan” è un suggestivo affresco sonoro, aperto da dei campanellini evocativi e proseguito dal duetto dei due cordofoni verso coordinate meditative, finché l'ospite Petra Nachtmanova inizia a cantare note prolungate, continuando nella traccia successiva “Navaì” in un andamento sinuoso e affascinante. “Taksim e Fattaneh” è suonato dall'ospite Peppe Frana all'oud solista; è un brano che fa da preludio alla successiva “Fattaneh”, dove l'oud viene raggiunto dal resto del gruppo.
Le due parti di “Goftegou” sono un dialogo tra Parsa e Hosseini ai loro strumenti, e in effetti la traduzione di Google mi dice che “Goftegou” vuol dire “Conversazione”. La titletrack giunge a chiudere l'album con ritmo e dinamica, tra sessioni di percussioni frenetiche ma stavolta mai suonate col massimo della forza, come nei primi brani, per un epilogo sobrio.
“Kowli Vâr”, se il traduttore di Google non mi inganna, dal persiano significa “Zingaro lontano”. L'ispirazione parte dalle distanze, anche perché questi strumenti non sono tutti persiani: c'è la contaminazione con scale e modi arabi, pertanto lo zingaro invocato potrebbe rappresentare la musica stessa, che vaga da un posto all'altro, noncurante dei confini. (Gilberto Ongaro)