LA TEMPESTA GENTILE  "Ltg"
   (2024 )

La Tempesta Gentile è un progetto sorprendente: sono un duo, ma è incredibile sia la pienezza di suono che dispiegano, sia la varietà compositiva che caratterizza le dieci tracce di “LTG”, esordio intenso e brillante per Overdub Recordings.

Anticipato dalla pubblicazione dei singoli “Esplorazione” e “Senza Nome (Sole)”, l’album offre quarantuno minuti di musica ondivaga, accesa e cangiante, segnata da un approccio che cita sì lo shoegaze degli albori, ma strizza l’occhio a molta psichedelia, di ieri e di oggi, amplificando il potenziale di una strumentazione ridotta grazie all’impiego dell’handpan e a magheggi assortiti.

Originari di Reggio Emilia, Luca Canei (basso e voce) e Giovanni Artioli (batteria e handpan) creano una vera e propria cattedrale di suono semplicemente sdoppiando il segnale del basso, indirizzato verso due ampli (uno per basso, uno per chitarra) ed intervenendo con massicce dosi di effettistica a pedale per simulare strumenti che non ci sono: in un oceano di chitarre suggestivamente immaginarie, vanno in scena brani saturi, articolati ed imprevedibili, oscillanti tra esplosioni repentine (“Esplorazione”) o quiete riflessioni in cui crogiolarsi (“Verso Giove”), una fucina di idee in movimento ben assecondate da una scrittura incisiva e da arrangiamenti fantasiosi.

Introdotto dai sei minuti di riverberi psych à la DIIV di “Interpretare I Sogni (A Volte Serve)”, l’album vira in continuazione senza mai smarrire il fil rouge di un’ispirazione vagamente lisergica (“Satelliti Galileiani”, con filtri sulla voce e abbondante feedback), centrando melodie talvolta memorabili, deliziosamente affogate in un magma avvolgente e denso (“9,8”). Apice di una creatività che mai flette sono gli episodi collocati in coda alla raccolta: il morbido incedere, scosso dalla brusca impennata finale, di “Senza Nome (Sole)”, quasi i Verdena più trasognati; le dilatazioni space di “Magnitudine” e “Atterraggio Semplice”; soprattutto, il congedo toccante di “La Tempesta Gentile“, incipit degno dei Cure di “Disintegration” mutato in una caracollante ballad sui generis, inghiottita da una outro di toccante maestosità, degno suggello ad un lavoro ricco, corposo, intrigante. (Manuel Maverna)