recensioni dischi
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MIKE OLDFIELD  "Tubolar beats"
   (2013 )

Partiamo da un presupposto: i fans, davanti a questo lavoro, hanno risposto immediatamente citando il Masini di “Perché lo fai”. Perché Mike Oldfield, che a quanto pare di nuove idee ne ha poche se non nulla, ha per la millesima volta ripreso – almeno come titolo e copertina – quella clamorosa del 1973 per andare a proporre roba che, con quella là, appunto, c’entra poco o niente. Qui si tratta di una collaborazione con il DJ ibizenco Tortsten Stenzel, in arte York, per una rivisitazione techno-chill out di alcuni suoi passaggi famosi, tra cui appunto le Campane Tubulari e le “Moonlight shadow” del caso. Beh, a parte le accuse di circonvenzione di incapace – che sia solo un disco di ‘sto York dove Michelino nostro, a sua insaputa, ha messo il nome? – è difficile dire qualcosa che non sia un pollice tragicamente verso. Degli originali resta poco, qualche campionamento qua e là, in alcuni casi nemmeno le voci di un tempo, e pur accettando che Oldfield negli ultimi anni si fosse avvicinato a questo tipo di scena non esiste una ragione che una per andare a violentare lavori che nell’atmosfera avevano il loro punto di forza per portarli, di peso, in una discoteca. Certo, la cosa è fatta con un briciolo di rispetto e non inserendo il classico unz-unz tra una strofa e l’altra, ma sarà difficile trovare qualche raver che da qui scoprirà l’impulso a cercare i punti di partenza, così come non saranno poi tanti i fans della prima, seconda e terza ora oldfieldiana che decideranno di salire sul cubo e ballare le inopinate riproposizioni di “To France” o di “Guilty”. Lavoro che nulla aggiunge e che molto toglie, e che forse lascia solo la nostalgia per quello che era, massacrato da una miscela che senso non he ha proprio. Anzi. Resta un po’ di malinconia per l’unico inedito, “Never too far”, lasciato alla voce finnica di Tarja Turunen: noiosetto, nella sua lunga ripetizione dello stesso concetto, ma che attorno alle luci stroboscopiche precedenti sembra quasi un capolavoro. Se ne faceva volentieri a meno: Mike, oltretutto, se avesse voluto ribadire il suo nuovo amore per la dance avrebbe potuto agire di inediti, come fatto negli ultimi anni. Ma non andare a svegliare il can che dorme: un tempo era la sua musica a far da colonna sonora all’orrore. Ora rischia di non aver bisogno di supporti visivi, perché spaventa in quanto tale. E non è un complimento. (Enrico Faggiano)