AUGE "Spazi vettoriali"
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Mauro Purgatorio, Sara Vettori, Matteo Montuschi e Riccardo Cardazzo – artisti di lungo corso provenienti da molteplici esperienze - sono gli Auge, quartetto fiorentino formatosi nel 2019, qui al secondo album lungo su etichetta Vrec/Audioglobe con le dieci tracce solide ed allettanti di “Spazi Vettoriali”.
Egregiamente prodotto da Flavio Ferri, è disco intenso, ricco, strutturato. Addirittura sovraccarico, nel senso migliore del termine. Rigonfio di contenuti, declinato con la forbita eleganza testuale in voga lungo l’Arno, richiama decise rimembranze wave, atout tra i tanti ad accrescere l’allure di un lavoro che lievita sulle ali di una scrittura sfaccettata, rifinita con cura, stratificata e sottilmente articolata.
Opera concettualmente più tortuosa di quanto le apparenze potrebbero suggerire, esplora le cangianti, imponderabili contorsioni del genere umano attraverso le epoche: astrae con eleganza, elaborando un linguaggio tanto raffinato quanto personale, svariando e spaziando in mille direzioni, sempre conservando intatta una scoperta propensione ad impastare tessiture indocili e ganci accessibili, temi delicati e trame godibili.
Pungente e sagace, mediamente incupito e poco conciliante, predilige un approccio ondivago che ricorda a tratti la penna imprevedibile di Fabrizio Tavernelli, mischiando fruibilità e taglio velatamente elitario: attinge al colto eclettismo di Paolo Benvegnù nell’opener “Icaro”, risolve in un’ampia melodia afflitta l’ingorgo di “Gravità”, narra venti di guerra presente e passata nella frenetica “Ero Lì”, gronda risentimento nella brusca impennata di “Firenze”.
Compatto e penetrante, talora veemente, altrove solo formalmente ammorbidito, alterna ricercatezza lessicale e ritmo incalzante nel singolo “Lei”, si infila nella sorniona cadenza rallentata à la Pierpaolo Capovilla de “La Teoria”, si muove con scioltezza tra il chorus imponente di “Maestrale” e la nervosa impennata elettrica di “Ognissanti”: la musica, solo ingannevolmente accomodante, è il veicolo per il messaggio, mai immediato né superficiale, sempre profondo, complesso, denso.
In coda, la fosca poesia psych di “Perdersi” e la mesta aria in minore della conclusiva “Universi”, nobilitata da una lunga, suggestiva coda dilatata, rappresentano il suggello ideale ad un album suadente ed ermetico, graffiante e coeso, non privo di speranza né di fiducia in orizzonti affatto perduti. (Manuel Maverna)