recensioni dischi
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THE GLUTS  "Bang!"
   (2024 )

Lo ammetto: alla mia oramai veneranda età, provo ancora un sottile piacere nell’accostarmi a certi dischi.

E’ un piacere che da mentale si fa quasi fisico, quando incontro dischi cattivi: un po’ come tifare per il lupo delle favole, o per Nicole Kidman in Dogville.

Malvolentieri cedo il passo a chi apprezzi trap, canzonette generate da app o similpunk per tredicenni, forse il futuro è di starlette da stadio e neomelodici assortiti, sign o’ the times, ok. Baratto in cambio di mezzora di chitarre, di quelle che non si usan più, ché sembrano fuori tempo fuori moda insomma sempre fuori dai. Eppur si muovono ancora, celate in qualche sottobosco parallelo, sepolte negli anfratti del tempo perduto, disperse tra le memorie nostalgiche di chi c’era ed i lodevoli tentativi di emulazione di ragazzini volonterosi, spinti tanto da generico antagonismo quanto da convinta repulsione per l’autotune.

Accogliamo dunque con ogni onore Marco Campana, Nicolò J. Campana, Claudia Cesana e Dario Bruno Bassi, ossia The Gluts, quartetto milanese che da oltre dieci anni predica con incrollabile coerenza il suo verbo appassionato, un bruciante, veemente, fragoroso post-qualcosa/post-tutto a base di elettricità disturbata, deviazioni noise e tentazioni psych. Quinto album di una prolifica carriera, “Bang!”, pubblicato per Fuzz Club Records, offre trentacinque minuti di irruenza in purezza, musica abrasiva declinata in dieci tracce dispettose e aspre, nervose e urticanti, caparbio assalto a testa bassa senza cedimenti, ripensamenti, cali di tensione, concessioni alla platea.

Virulento, brutale e iracondo, l’album possiede la fremente foga del punk, l’approccio frontale dell’hardcore, l’impatto sovraesposto e allucinato del post-hardcore, ma non è nulla di tutto ciò. Assorbe e rielabora, in un linguaggio che ne ingloba molti altri: frulla, rimastica, sputa rabbia con furia esaltante ed inesauribile urgenza, in una deflagrazione continua e martellante.

I brani sono squadrati e strutturalmente essenziali, ma ciascuno di essi viene stravolto da una massiccia dose di violenza espressiva, dalle dinamiche, dai volumi, da una potenza di suono complessivamente devastante. Tra l’apertura di “Soybeans”, squassata da una colata di feedback inacidito, e l’epilogo muscolare di “Born&Die”, quasi hard-rock à la T-Rex, c’è un piccolo mondo rovesciato dove a prendersi la scena sono di volta in volta le rimembranze Clash, esasperate ad arte, della title-track, la tremenda cavalcata motorik di “Fight”, sfregiata da ogni possibile perversione del tema portante, la sberla in italiano di “Cade Giù”, il mood vagamente rabbuiato di “Vampire, a Walk At Midnight”, scossa da improvvisa e stizzosa accelerazione, l’incedere zoppicante di una “Marble Cats” che frena e riparte con brusca ostinazione. A tratti, vedi “Isabella”, pare di trovarsi al cospetto degli Idles che cantano pezzi dei Cult di “Electric”, oppure di un improbabile ibrido tra Viagra Boys, Protomartyr e White Stripes, come in “Self-Destruction”, ma è solo un’impressione, perché riferimenti, appigli, rimandi e briciole di Pollicino appaiono e scompaiono nello spazio di quattro battute, non fatevi illusioni.

Alla fine, forse, la cosa è più semplice del previsto: estremizzato, distorto, maciullato, forgiato in forme abilmente mascherate, ma it’s only rock’n’roll. Storia vecchia, sempre la migliore. (Manuel Maverna)