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SILVIA CONTI  "Ho un piano B"
   (2024 )

L’8 gennaio 2024 – per la RadiciMusic Records, con direzione artistica e arrangiamenti di Roberto (Bob) Mangione e con registrazione e mix di Gianfilippo Boni – è uscito “Ho un piano B”, il nuovo album della cantautrice e attrice teatrale fiorentina Silvia Tognelli, in arte Silvia Conti.

Continuando una lunga e complessa carriera artistica iniziata negli anni ‘80 (1983, vince il Festival di Castrocaro con il brano “Hey ragazzo”; 1985, partecipa al Festival di Sanremo con il brano “Luna nuova”), Silvia Conti sembra avvicinarsi negli ultimi anni allo stile rock di Patti Smith. Quest’avvicinamento è consapevole, quasi un omaggio naturale e originale alla famosa musicista statunitense, che viene ricordata non solo nella sonorità della voce e nell’impostazione ritmicomelodica, ma anche negli aspetti poetici e grafici: il disco precedente, del 2017, s’intitola “A piedi nudi (psichedeliche ipnotiche nudità)”, facendoci pensare a “Dancing Barefoot”, mentre il presente album, “Ho un piano B”, si distingue per un’immagine di copertina molto simile a quella del disco “Horses” del 1975.

Il titolo “Ho un piano B” suggerisce l’idea di un’alternativa alla situazione sociale attuale, situazione dominata dal pensiero unico e, come i fatti lo dimostrano, non proprio efficace ai fini della vita felice e pacifica. Infatti, i testi dei brani – quasi integralmente scritti da Silvia Conti e accompagnati da una musica talvolta estremamente melodiosa – affrontano dei temi di grande importanza e attualità: la donna e la sua delicata condizione nel mondo (nelle canzoni “Lucciola”, “Moltitudini”, “Farfalla”), la necessità del ritrovamento della propria anima in tempi nei quali è molto facile perderla (nelle canzoni “L’uomo della montagna” e “Settembre”), l’orrore nazista della Seconda Guerra Mondiale che purtroppo anche oggi in qualche forma sopravvive (nelle canzoni “Inverno 1944 (Mačkatica)” e “Bella ciao”) e infine il ricordo di alcune persone di riferimento della storia e del passato personale della cantautrice (nelle canzoni “Il filo d’argento (Per Enrico)”, “Inverno 1944 (Mačkatica)” e “Van Gogh”).

Scritta da Bob Mangione e uscita inizialmente come singolo, “Lucciola” si distingue per un carattere pop-rock che richiama alla memoria alcuni gruppi degli anni ‘90 e più che altro per il suo testo, chiaramente creato per assecondare il discorso che riguarda la violenza sulle donne. Lo sconvolgente verso “Nel giro di un momento non ci siamo più” si riferisce senz’altro all’orrenda realtà del femminicidio, mentre tante altre parole hanno significati ambigui, che in alcune ascoltatrici possono creare il conforto della solidarietà e della “sorellanza”, mentre in altre potrebbero generare delle critiche legate soprattutto all’inserimento in un gruppo troppo compatto e uniforme e al poco rispetto per l’unicità di ogni donna: le lucciole sono degli insetti, quindi degli esseri poco differenziati a livello individuale, e poi “lucciola” è anche l’eufemismo di norma usato per riferirsi a coloro che praticano il sesso a pagamento. È forse ancora presto per sapere in che modo questo brano, tra l’altro scritto da un uomo, verrà accolto dal pubblico femminile… Aspettiamo e lo vedremo.

La canzone “Moltitudini” invece viene definita dalla sua autrice, Silvia Conti, come “il brano più intimo che io abbia mai scritto, che rivela la mia parte più profonda…”. È infatti un brano molto introspettivo, nel quale Silvia fa conoscere la sua “moltitudine” e la sua complessità interiore: dentro la testa ha uno “scudo” che la protegge dai pericoli e un “pesce cane” che l’aiuta a rimanere lucida nelle varie circostanze della vita; ha però, nella parte emotiva, una “vertigine che blocca l’anima” e “un orologio puntato contro il cuore”, probabilmente metafore dello stato di ansia, con cui convive la maggior parte di noi donne; ha “un controllore nello stomaco” e “gli occhi vigili”, necessari per assicurarsi che tutto proceda bene; resta “ancorata sullo scoglio della vita, per la paura di nuotare” e – quello che forse è l’aspetto più importante di lei e di tutte noi – ha una “caleidoscopica immaginazione” e “un giardino con le margherite, di un’insaziabile fecondità”… Anche la musica di “Moltitudini” è di una grande bellezza, mettendo insieme l’armonica a bocca del folk nord-americano e l’eleganza del ritmo di valzer viennese.

Il brano “Farfalla” viene scritto da Silvia in seguito alla richiesta che le è stata fatta tempo fa, quella di comporre una canzone sul corpo femminile. “Mi è così venuta in mente la questione, ancora purtroppo molto frequente, del bullismo. Ho quindi scelto di porre l’accento su questo e sulla carenza dell’intelligenza emotiva che caratterizza questo nostro momento storico”, si confessa l’autrice… Il testo della canzone parla della derisione (“ridono di me”) con cui lo sguardo uniformato e accecato dagli stereotipi del mondo odierno percepisce la bellezza accogliente e materna del corpo della donna. L’espressione “del mio corpo INADEGUATO” è definitoria, perché fa pensare agli sforzi quasi tirannici e inumani a cui tante donne purtroppo sottopongono il proprio corpo, per disciplinarlo e per “adeguarlo”, appunto, alle richieste di una società competitiva e priva d’amore. La poesia viene armoniosamente assecondata da un sottofondo strumentale romantico nelle strofe (come un lamento per la propria emarginazione), che – nel momento del ritornello, sulle parole “diventerò farfalla” – subisce una metamorfosi improvvisa, prendendo il volo in forti accordi rock (come un’emancipazione e un riappropriarsi della vera immagine di sé). Nel brano è presente anche una citazione dal testo di un altro importante cantautore: la donna ha “il cuore urgente”, come “Giovanni telegrafista” di Enzo Jannacci.

La canzone “L’uomo della montagna” viene non a caso definita dalla sua autrice come un “mantra”: traendo ispirazione dalle pratiche dell’induismo, religione che probabilmente Silvia Conti conosce, la musica di questo brano si basa su una formula ritmica e melodica ripetitiva, incessante per la durata di 8:55 minuti, che – come suggerito dalla dissolvenza con cui finisce la canzone – potrebbe continuare all’infinito. Si può notare una certa somiglianza con “Every Breath You Take” dei Police. Il testo si riferisce a un “centro” che si dovrebbe trovare dentro di noi e nel quale “puoi ascoltare, puoi salvaguardare, puoi ricostruire la tua integrità”. Secondo quanto affermato nella canzone, questo ritrovamento del sé – metaforicamente chiamato “l’uomo della montagna” – diventa possibile se lo cerchiamo: “l’uomo della montagna apparirà... se lo cerchi, l’hai trovato già. Lui sorride, se sorridi, poi la montagna si rivelerà e il suo segreto anche in te sarà”. La cantautrice confessa di aver scritto il brano durante un viaggio in treno, osservando il monte Soratte… Infatti, la montagna ha da sempre rappresentato un luogo di preghiera per i fedeli di diverse religioni e confessioni, ma anche un riparo contro i vari tipi di invasione e di dominio.

Un’altra canzone che invita alla riflessione su temi esistenziali è “Settembre”, in cui l’insegnamento principale che Silvia sembra voler impartire è quello di sentirci felici e grati per ogni momento che la vita presente ci regala, senza troppe speranze e desideri per il futuro: “Invece d’inseguire le farfalle più distanti, guarda quello che hai, guardalo da vicino”. Probabilmente la scelta del titolo vuole far pensare all’autunno, all’autunno della vita: “Non sederti ad aspettare, ché settembre, tanto, arriverà”. Si possono sentire anche le parole “è questo che lascerai”, indiscutibile richiamo all’idea della morte. Musicalmente il brano si distingue per gli effetti ripetitivi e “ondeggianti” realizzati con le chitarre, che in qualche modo ricordano le basi strumentali dei Tears for Fears.

La morte e il dolore della perdita di persone care sono dei temi presenti anche nel brano “Il filo d’argento (Per Enrico)”, brano dedicato alla scomparsa di Enrico Greppi dei Bandabardò, con il quale Silvia ha collaborato per tanti progetti. Nel testo della canzone, l’autrice si riferisce a una “rabbia feroce” contro questa separazione improvvisa, confessando di avere “una ferita nel petto che sangue non dà”: la mancanza del sangue è di nuovo una metafora della morte, contrastata probabilmente dal “vino da bere”, che viene nominato nel ritornello e proprio nella conclusione del brano. Silvia si sente l’anima legata e quasi immobilizzata, come in una ragnatela, dal ricordo della persona che fisicamente non c’è più: “una stretta di fili d’argento che rallenta ogni mio movimento”. Il ritornello si distingue per un raffinato equilibrio poetico, scaturito forse proprio dal grande e sincero dolore dell’autrice: “E se tutto potesse cambiare, e se tutto potesse tornare, non avremmo più pianto negli occhi, ma solo acqua di mare. E se il tempo non fosse dovere, e se il senso non fosse cadere, non avremmo più frecce tra i denti, ma solo vino da bere”. Anche dal punto di vista musicale il brano ci sorprende, poiché la malinconia blues che ci accompagna durante quasi l’intera canzone, negli ultimi minuti si trasforma in una specie di danza etnica, simile al flamenco, esprimendo forse la gioia della vita che comunque vince sulla morte.

Come il suo collega, il cantautore Marco Cantini, Silvia Conti è diplomata in Arte. E così come nel disco “Zero moltiplica tutto” del Cantini – uscito poco più di un mese prima, sempre per RadiciMusic Records – non mancano i riferimenti culturali a dei pittori famosi, anche in “Ho un piano B” è presente una canzone su Van Gogh, inizialmente creata sotto forma di ballata da Gianfilippo Boni e poi “presa in prestito” e “trasformata per gioco in un pezzo quasi punk da Bob Mangione”. Il contributo di Silvia Conti e Bob Mangione è importante soprattutto in quanto fa conoscere al pubblico l’arte di Gianfilippo Boni come cantautore e poeta (tra l’altro, dopo la fine delle 9 canzoni che compongono “ufficialmente” l’album, si può ascoltare una ghost track intitolata “SuperPippo” e dedicata, come ringraziamento, al collega Boni).

Il testo poetico di “Van Gogh” si nota per una grande sensibilità e musicalità, e non possiamo fare a meno di citarne gli ultimi versi, che trattano della morte suicida del pittore: “… amore con te, ma che amore non è… Per te, che non mi capisci e che mi tradisci, la faccio finita con questa mia vita... Per farti un dispetto, mi sparo nel petto e ti lascio un biglietto e il mio nome: Van Gogh”.

Il brano “Inverno 1944 (Mačkatica)” e la versione di “Bella ciao” presente su questo disco richiamano entrambi la memoria dei Partigiani della Seconda Guerra Mondiale, fra i quali uno molto importante per Silvia, importante e caro: il suo “babbo”, Silvano Tognelli. “Inverno 1944 (Mačkatica)” è ispirato da un episodio di guerra vissuto in prima persona dal padre della cantautrice e riportato nelle pagine del libro “Gli anni sprecati”, scritto nel 1989 e uscito – come deciso dalla figlia e dal marito Bob Mangione – insieme al disco “Ho un piano B”. Chissà perché il libro è stato scritto proprio nel 1989, anno della caduta del Muro di Berlino, e chissà perché il padre di Silvia l’ha intitolato proprio così… probabilmente la si può capire leggendolo.

Il brano comincia con il tema di “Fischia il vento”, rilettura italiana di “Katjusha” – canzone dell’Armata Rossa che ha segnato la storia – e sembra mischiare il carattere della musica tradizionale russa ad alcuni elementi di tango e di valzer. Sono impressionanti soprattutto gli ultimi versi, quasi recitati e con l’accompagnamento strumentale ridotto al minimo, che parlano del bianco della neve come metafora della sofferenza senza riferimenti e senza fine: “Bianco, un’immensa distesa di bianco, senz’avere più “come”, né “quando”, con la testa ed il cuore allo sbando”.

La presente versione di “Bella ciao” viene considerata dai suoi autori, Silvia Conti e Bob Mangione, “una versione balcanica, perché volevamo che fosse una sorta di continuazione di “Inverno 1944 (Mačkatica)”. Ma una persona nata e vissuta per 36 anni nell’Europa Orientale può notare, ascoltandola, che la sua musica ricorda molto l’etnia romaní, alla quale appartengono tante “vittime senza voce” dell’orrore nazista: è molto probabile che il loro sacrificio venga così poco ricordato dalla gente solo a causa dell’insufficiente materiale scritto al riguardo…

“Non è stata una scelta casuale”, dichiara Silvia Conti, “quella di inserire il canto Partigiano per eccellenza alla fine del disco, e non è stata neanche una scelta dettata solamente dalla gratitudine nei confronti di mio padre e dei Partigiani tutti. Lo abbiamo fatto (parlo al plurale perché intendo Bob e io) perché riteniamo che in questo momento storico sia necessario riprendere in mano quei valori che ci hanno permesso di uscire dall’incubo del ventennio e che sia importante schierarsi, con tutti i mezzi possibili, anche fosse “soltanto” un disco”. (Magda Vasilescu)