recensioni dischi
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  "Fol naïs"
   (2023 )

Per colpa (o merito) dei Meshuggah, molti nuovi metallari si sono trasformati in matematici e geometri, e intessono complicate strutture, dove non riesci a dire se suonano in 11/8 o 17/16: il tempo cambia costantemente, e i musicisti, come mostrò Mike Portnoy in un video, passano il tempo a contare, contare e contare. Suonare il djent richiede uno sforzo non solo manuale, ma anche cerebrale. La cosa più facile (forse), è ascoltarlo!

Ma i Ní non fanno “semplicemente” djent. Visto che non bastava musicare le equazioni e dissonanze, il loro math rock va anche direttamente nel noise, come si può ascoltare nel brano “Brusquet”. C'è un piglio spiritoso nella band, come mostrato dalla grottesca copertina dell'album “Fol Naïs”. Il folle quartetto francese suona in maniera precisa e fredda, ma i cambiamenti repentini non permettono di annoiarsi. “Zerkon” fa l'occhiolino ai Dream Theater, in certi ingranaggi della canzone, mentre “Dagonet” suona come il brano più “normale”, in questo contesto, tant'è che è il pezzo scelto per il videoclip.

“Berdic” sorprende, con la parte senza distorsione, dove gli arpeggi di chitarra indugiano sulla sospensione che dà l'armonia diminuita. Poi è il momento di “Chicot”, dove sfido a tenere il tempo, qui come in “Rigoletto”, che non c'entra con quello verdiano.

E poi c'è un trittico surreale. Un brano suddiviso in tre parti, “Triboulet”, la cui prima si basa su un suono di chitarra, distorto e prolungato come fondo. Poi, partono batteria e basso con un ritmo tribale, stavolta facilmente comprensibile (in 4/4), fino a deflagrare. La seconda parte è collegata a quest'ultima: le note sono rapide e staccate, ma vengono gradualmente fatte “scivolare” verso l'alto e verso il basso (pitch); anche il basso lo fa. Tornano i tempi dispari e composti nella terza parte, e l'armonia inizia a farsi più comprensibile. Fino alla devastazione finale, inspiegabilmente chiusa... sfumando!

È una situazione francamente rara, negli esempi di musica sperimentale che mi arrivano. Tant'è che non so come descrivervela, senza usare i tecnicismi asettici del paragrafo precedente. Eppure è entusiasmante e coinvolgente, almeno io resto lì incollato a capire come andrà a finire.

“Cathelot”, il brano di chiusura, è un antro buio e minaccioso all'inizio, in un tempo lento da doom metal. Fantasmi scaturiscono dai cromatismi, e dal riverbero vagamente psichedelico. Dopo quattro minuti, la batteria si ferma, e siamo immersi in una nebulosa di delay senza fine. E nell'insieme, formano un accordo di settima minore, quindi non è neanche disagevole. E finisce così; mi aspettavo altra trigonometria!

Beh ragazzi, che dire? Se vi piacciono i Breadwinner, e in genere il math rock più sghembo, i Ní sono pane per i vostri denti diagonali! (Gilberto Ongaro)